Le Poste (e il protezionismo) non finiscono mai. Dopo Alitalia il governo pensa a un Bis
“‘Il protezionismo industriale torna di moda a Roma. E non è un belvedere’, ha scritto il Financial Times. Il governo Letta, sostenuto da Pd, Pdl e Scelta civica, sta inviando infatti un messaggio pericoloso agli investitori internazionali ed errato a quelli domestici. Lo dimostrano le vicende degli ultimi giorni di Ansaldo Energia, Telecom e Alitalia”. Inizia così l’appello lanciato la scorsa settimana sul Foglio da economisti e imprenditori. Leggi anche Tutti quelli che fanno la festa alle larghe intese troppo inconcludenti

“‘Il protezionismo industriale torna di moda a Roma. E non è un belvedere’, ha scritto il Financial Times. Il governo Letta, sostenuto da Pd, Pdl e Scelta civica, sta inviando infatti un messaggio pericoloso agli investitori internazionali ed errato a quelli domestici. Lo dimostrano le vicende degli ultimi giorni di Ansaldo Energia, Telecom e Alitalia”. Inizia così l’appello lanciato la scorsa settimana sul Foglio da economisti e imprenditori, tra cui Alberto Bisin (New York University, editorialista di Repubblica), Francesco Giavazzi (Bocconi, editorialista del Corriere della Sera), Vito Tanzi (già direttore del dipartimento Affari fiscali del Fondo monetario internazionale), Carlo Stagnaro e Alberto Mingardi (Istituto Bruno Leoni), Salvatore Rebecchini (Autorità garante della concorrenza e del mercato). L’editoriale del Corriere della Sera di sabato scorso è partito da una citazione di questo appello per criticare “gli statalisti trasversali” nella politica italiana. L’editorialista Angelo Panebianco, ancora ieri, rispondendo a Renato Brunetta (Pdl) che ha scritto “credevamo che il confronto ideologico tra statalismo e liberismo fosse ormai superato”, ha osservato: “Il punto è che le operazioni (Ansaldo, Telecom, Alitalia) giudicate negativamente dagli economisti firmatari dell’appello da me citato e con cui concordo, ricordano da vicino tante altre operazioni di salvataggio di imprese fallite praticate con i soldi dei contribuenti dai governi italiani”.
E mentre di “piani di dismissioni” si vocifera sui giornali – tra immobili e società partecipate – non è detto che la nouvelle vague interventista sia finita. Secondo la ricostruzione del Foglio, la settimana scorsa al ministero dello Sviluppo si è tenuta una riunione per parlare delle sorti di Engineering, gruppo di Ict quotato in Borsa. Alla presenza dei dirigenti di Poste, la famiglia del fondatore (Cinaglia) ha detto di temere una scalata da parte dell’altro azionista, l’americano One Equity Partners (fondo di Jp Morgan). L’azienda non è in difficoltà, ma anche in questo caso “l’italianità” sarebbe da preservare. Massimo Sarmi, ad di Poste (al 100 per cento del Tesoro), non ha chiuso all’ipotesi di un intervento. Le privatizzazioni si teorizzano e lo statalismo si pratica?